EMILY BRONTE, EMILY DICKINSON: LA PAROLA POETICA AL FEMMINILE TRA EUROPA E AMERICA NELL’OTTOCENTO.
di Sarah Perini (Copyright ©)
Il rapporto biografia/opera e la scrittura al femminile:
L’acceso dibattito sul rapporto fra biografia e opera letteraria, iniziato da Saint Beuve (fondatore del metodo ottocentesco), che sosteneva la possibilità di misurare il valore dell’opera anche scoprendo l’uomo che l’ha scritta; e proseguito e contraddetto nel novecento da Croce, T.S. Eliot, Barthres, Focault , va certamente ridimensionato. Una radicalissima frattura fra vita e opera non è mai totalmente verosimile.
Ciò vale soprattutto per la scrittura femminile, quando si affronta l’opera di una donna non si può prescindere dalla sua vita, poiché l’esperienza vissuta e l’esperienza letteraria sono il cuore della ricerca della verità. Considerando la scrittura femminile è sicuramente necessario non irrigidirsi nelle dicotomie; cercando di trovare un nuovo rapporto, non più così distintivo, tra contenuto e forma, tra ragione e passione, tra semiotico e simbolico, tra isolamento e relazione, tra vita e scrittura. Nella scrittura al femminile lo stile è una necessità è la forma di un’urgenza interiore di esprimersi e il genere è usato, ma trasformato e stravolto. L’istanza dell’io deborda, travalica i limiti, cerca di esprimersi in tutte le forme, pur senza perdere mai di vista il rigore intellettuale.
Le donne sono state presenti sulla scena intellettuale dal secolo XVII , ma solo dagli anni 1960 in poi si è afferrato quanto fosse ricca la storia di questa letteratura, e anche quanto grande fosse la negligenza, la sufficienza e l’incomprensione precedente. Il riconoscimento della letteratura (nonché dell’arte e della ricerca) delle donne è stato un processo mondiale. Alcune delle scrittrici che più possiamo considerare come delle pioniere dell’autocoscienza femminile furono: le Preziose, M.me de Stael, George Sand, Simone de Beauvoir, Mary Wollstoncraft (Vidications of woman rights 1792), le sorelle Bronte, Elizabeth Barrett Browning, George Eliot, Virgina Woolf.
Queste donne nelle loro opere hanno anticipato le conquiste e le teorizzazioni più importanti raggiunte dalla storia della cultura e, oltre ad aver sottolineato il problema del genere, hanno accellerato il processo di superamento delle partizioni ideologiche tipiche della cultura occidentale come quella tra conoscenza razionale e conoscenza intuitiva.
Emily Bronte, Emily Dickinson- Il ponte della parola poetica fra Europa e America nell’Ottocento:
Emily Bronte 1818-1848, Emily Dickinson 1830-1886, le separano dodici anni e un’oceano. Rappresentanti di una stessa condizione di “giovani donne figlie di una famiglia vittoriana”, le avvicinano due esperienze di vita e due contesti oltre che simili, molto tipici. Entrambe hanno un padre importante, una madre assente che si consuma nel silenzio e nella malattia, e dei fratelli e delle sorelle con cui interagire affettivamente ed intellettualmente. Entrambe sono molto istruite, compiono i loro studi sia in collegio che da autodidatte, ma mostrano presto un’insofferenza nei confronti della lontananza da casa, casa nella quale decidono di rimanere tutta la vita, centro nevralgico della loro esperienza. Vivono nella casa più importante della loro città ed hanno una vita sociale relativamente normale. La loro voce si fa sentire attraverso la scrittura (poesie, lettere) che considerano loro mezzo espressivo principale e difendono come un elemento della loro privacy. Il loro “genio poetico” viene “scoperto” dalle loro sorelle che le spingono a pubblicare contro la loro volontà ( l’opera di Emily Dickinson verrà pubblicata postuma).
Emily Bronte nasce il 30 luglio 1818 a Thornton nello Yorkshire; il padre irlandese di famiglia contadina riesce a laurearsi a Cambridge e in seguito a diventare ministro della Chiesa d’Inghilterra. Cultore delle lettere scrive poesie e racconti di argomento religioso o edificanti, e molti articoli e lettere a giornali per sostenere le sue campagne politiche, sociali, ecclesiali. La madre viene dalla Cornovaglia da una famiglia di commercianti. La famiglia si trasferisce a Haworth quando il padre ne diviene il curato. La canonica è la casa migliore del villaggio e il retro dà sulle brughiere che diverranno meta favorita delle passeggiate dei giovani Bronte. Emily ha quattro sorelle e un fratello, due sorelle moranno in tenera età. I giovani Bronte sono istruiti sia in casa che nelle scuole locali, che all’estero. Durante il periodo della loro formazione Emily ha forti nostalgie di casa dove infine deciderà di restare con Anne, mentre Charlotte si dimostra più portata verso la vita sociale e Branwell a causa della sua personalità travagliata non riesce ad affermarsi.
Dal 1836 al 1845 i giovani Bronte scrivono poesie, racconti e romanzi. Nel 1845 Charlotte scopre un quaderno di versi di Emily, probabilmente quello dei “Gondal Poems”, e ne rimane colpita, decide di far pubblicare un volume di loro versi. Emily reagisce con sdegno all’intrusione della sorella nella sua privacy poetica, e solo a fatica si lascia convincere a pubblicare le sue poesie, purchè il libro esca con uno pseudonimo. Nel 1848 Charlotte riesce a far pubblicare il volume “Poems by Currer (Charlotte), Ellis (Emily) and Acton (Anne) Bell”. Charlotte ormai inarrestabile nella carriera di scrittrice professionista riesce, nel 1847, a far pubblicare anche “Whutering Heights” di Emily, “Agnes Grey” di Anne, e “The Professor”. “Cime tempestose” ottiene un successo di scandalo: giudicato opera di grande forza, ma eversivo nei contenuti, viene senza esitazione attribuito ad un uomo e riceve critiche fortemente negative, qualche volta positive, mai indifferenti. Interessanti le recensioni dell’American Review e del Literary World : “Se il valore di un’opera narrativa deve basarsi soltanto sulla pura e semplice forza di immaginazione, allora si tratta di uno dei più grandi romanzi scritti in questa lingua” e “Affascinati da una strana magia, leggiamo qualcosa che pure non ci piace, ci interessiamo a personaggi che offendono i nostri sentimenti e ci lasciamo dominare dall’immensa forza del libro”.
Nel 1848 Branwell, distrutto dall’alcool, dall’oppio, dalle delusioni della sua vita e dalla tisi, muore. Emily si raffredda al suo funerale e si ammala presto di tisi, rifiuta le cure, si rifiuta di credere a una possibilità di una sua morte imminente, rifiuta di cambiare le sue abitudini di vita imponendosi di agire con una forza che non ha e in dicembre muore. Nel 1850 Charlotte ripubblica Cime Tempestose e Agnes Grey aggiungendo una nota biografica di Emily e Anne (morta nel 1849) e una breve scelta delle loro poesie inedite.
Emily Dickinson nasce il 10 dicembre 1830 ad Amherst, cittadina del Massachusset.
Il padre era un influente avvocato che aveva studiato a Yale, era divenuto tesoriere di Amherst College, poi rappresentate del distretto, infine deputato al Congresso di Washington. Ebbe un ruolo importante nella fondazione del partito repubblicano e antischiavista, che con Lincoln guidò il paese nella crisi decisiva della guerra civile. Si sposò con Emily Norcross, figura remissiva e un po’ sbiadita che gli diede tre figli: Austin, Emily e Lavina. La casa dei Dickinson era il centro principale dove convergevano i personaggi importanti della cultura e della politica del New England e dell’America del tempo. Emily Dickinson condusse una vita sociale relativamente normale, coltivando gli affetti familiari e le amicizie, che hanno un ruolo preponderante nella corrispondenza e nella vita emotiva. In questo ambiente ella maturò le proprie facoltà poetiche. Dal 1858 compose con l’assiduità e la sicurezza di una scrittrice pienamente consapevole della sua arte, scrisse una grande quantità di versi: 80 poesie nel 1858-61, 365 nel 1862, 172 nel 1864 e 84 nel 1865. Emily Dickinson ordinò i testi che andava accumulando copiandoli su dei fascicoli di carta che rilegava lei stessa con dello spago. I fascicoli, erano una sorta di archivio da cui essa traeva versi da inviare, adattati, ad amici e corrispondenti. Destinataria privilegiata di poesie e lettere fu la cognata Susan con cui ebbe un rapporto molto profondo e complesso. L’avvio intorno al 1860 delle corrispondenze con Samuel Bowles e Thomas Higginson letterati influenti, rivela il bisogno di Emily Dickinson raggiunta la maturità, di confrontarsi con persone di rilievo imponendo uno scambio paritetico.
Emily Dickinson usciva raramente di casa e riceveva le sue visite qui, spesso si concedeva solo da dietro la porta della sua stanza; Higginson le scrisse un giorno: “Mi è difficile capire come lei riesca a vivere così sola, in compagnia di pensieri di tale intensa qualità, e senza neppure la vicinanza del suo cane. Ma mi rendo conto che una persona che spinga il proprio pensiero oltre un certo punto, che si illumini come lei, è sola comunque e il luogo in cui si trova, non fa nessuna differenza.
Nel 1874 morì il padre a cui i figli erano molto legati seppur fosse una figura molto severa, Nel 1875 la madre ebbe una paralisi e fu sempre assistita dalle figlie. Le lettere erano divenute l’unica forma di comunicazione col mondo; la reclusione non impedì a Emily Dickinson di vivere intorno al 1878 il cruciale amore, a quanto pare ricambiato, per il giudice Otis P. Lord, grande amico del padre.
Nel 1881 si trasferiscono ad Amherst i coniugi Todd che diventano amici di Austin e Susan Dickinson organizzatori della vita sociale della città. Mabel Todd divenne l’amante di Austin e frequentò molto casa Dickinson, fu lei che in concorrenza con Lavina, dopo la morte di Emily, organizzò la pubblicazione delle sue opere. Nel 1884 Emily Dickinson ebbe un attacco di nefrite e morì, al suo funerale Thomas Higginson lesse versi di Emily Bronte.
Emily Bronte ed Emily Dickinson costruiscono il loro universo e la loro realtà attraverso e nella parola poetica; entrambe partono da un limite, che può essere il limite della loro condizione esistenziale o più largamente il limite umano e attraverso le loro riflessioni e attraverso la trasfigurazione poetica riescono a consegnarci significati universali.
L’opera, la sensibilità e l’esperienza spirituale delle due poetesse sono molto simili, esse sembrano seguire un cammino comune. Per determinati aspetti i risultati di Emily Dickinson ci appaiono come quelli di una persona più matura; è come se essa avesse reciso dall’opera di Emily Bronte tutte le ridondanze e con quelle tutte le incertezze concettuali. La pena è diventata strumento di conoscenza e la lotta tra gli opposti è contemplata con distacco, e non perché essa abbia mitigato la partecipazione, essa ha semlpicemente un modo diverso di percepire, è come se rimanesse folgorata dalla cosa contemplata, mentre la Bronte è ancora nel vivo del processo di elaborazione.
NOTA: In questo piccolo saggio, nel mio personale approccio con queste due autrici, ho voluto tenere in considerazione l’importanza dell’ascolto e del rispetto del testo, la comprensione dei suoi contenuti che devono emergere senza essere interpretati forzatamente o artisticamente. Ho voluto quindi lasciar parlare il più possibile i versi, più di qualsiasi altra interpretazione, proponendo semplicemente dei percorsi di lettura.
I. Limite dello sguardo e trasfigurazione poetica,
la finestra come punto di partenza per la conoscenza.
The angle of a landscape-
That every time I wake-
Between my curtain and the wall Upon an ample crack-
Like a venetian- waiting- Accosts my open eye-
Is just a bough of apples-
Held slanting, in the sky- (n.375) 1
La scoperta del mondo per Emily Dickinson parte così, dalla finestra della sua casa luogo sicuro da cui osservare e descrivere, con una colloquialità controllata, ciò che è sotto gli occhi di tutti. La poetessa si fa interprete collettivo e con semplicità, sguardo fermo e attento, descrive il mondo che la circonda fatto di natura, profondi sentimenti umani ed emozioni.
Ben presto però, il suo sguardo si fa più attento e non può fare a meno di andare oltre il giardino sotto casa e di superare la comune capacità di vedere:
By my window have I scenery
Just a sea- with a stem-
If the bird and the farmer -deem it a “Pine”-
The opinion will serve -for them-
It has no port, nor a “line” […]
For inlands –the earth is the under side-
And the upper side –is the sun- […]
Of its voice –to affirm-when the wind is within-
Can the dumb –define the divine?
The definition of melody –is-
That definition is none-
It -suggest to our faith-
They -suggest to our sight-
When the latter is put away
I shall met with convintion I somewhere met
That Immortality- (n.797) 2
Così il pino che Emily Dickinson vede dalla finestra viene metaforizzato nei termini del mare, una grandezza incommensurabile (senza porto, né equatore) che a occhi più legati all’immediato, l’uccello e il contadino, appare solo un albero. La mente viene così catturata dal suono del vento che passa attraverso il pino e diventa, grazie al potere di trasformazione della parola poetica, il suono del mare e ancora di più il simbolo della melodia per cui non c’è definizione. Questo processo, possibile alla mente del poeta, permette di raggiungere la melodia, che si prefigura come un’anticipazione dell’immortalità.
La capacità di trasfigurazione è la dote, ma anche la condanna, di chi si trova ad essere poeta; essa fa nascere in Emily Dickinson la consapevolezza di essere diversa dagli altri, ma anche il timore reverenziale di fronte all’intensità delle immagini del mondo e della potente energia che esse trasmettono allo spirito altamente percettivo della poetessa:
Before I got my eye put out
I liked as well to see-
As other creatures, that have eyes
And know no other way-
But were it told to me –today-
That I might have the sky
For mine –I tell you that my heart
Would split, for size of me-
The meadows –mine-
The mountains –mine-
All forests –stintless stars-
As much of noon as I could take
Between my finite eyes-
The motions of the dipping birds-
The morning’s amber road-
For mine – to look at when I liked-
The news would strike me dead-
So safer –guess- with just my soul
Upon other creatures put their eyes-
Incautios of the sun- (n.327) 3
Emily Dickinson trasforma la consapevolezza della diversità (o superiorità?) del poeta, che lo esilia dal modo di percepire comune, e il senso di solitudine che da essa deriva, in provocatori strumenti di conoscenza. La sua è un’assertiva solitudine. La poesia diventa una voce disumanizzata, usata per conoscere fino in fondo la differenza fra sé e l’altro, tra sé e il mondo che è fuori.
Nonostante ciò che vede e prova durante questi momenti di percezione intensa, Emily Dickinson non dimentica mai di ritornare alla realtà contingente, ad un universo fatto di materialità e di dubbio (in ciò possiamo riconoscere la maturità e la modernità della sua poesia, che la rendono sempre attuale e mai datata).
Anche Emily Bronte possiede una finestra, più difficile da definire di quella della Homestead di Emily Dickinson, perché è la finestra di una casa che è insieme Haworth e Gondal.
E’ una finestra di Haworth (paese di origine di Emily Bronte) nelle rare poesie più espressamente liriche:
Lonely at her window sitting
While the evening stole away
Fitful winds foreboding flitting
Through a sky of cloud grey. (n.63) 4
o nei frammenti (spesso non riconducibili con certezza ad una separazione tra poesie gondaliane e non gondaliane) come il bellissimo:
Only some spires of bright green grass
Transparently in sunshine quivering. (n.20) 5
Ed è una finestra di Gondal (mondo immaginario creato da Emily Bronte nel quale si ambientano il suo ciclo poetico e anche una saga in prosa ora andata distrutta) dove i complessi personaggi di questo tempestoso paese possono osservare la composita armonia della natura, senza che i loro cuori induriti si redimano, o che le loro pene si allevino:
The open window showed around
A glowing park and glorious sky
And thick woods swelling with the sound
Of nature mingled harmony
Silent he sat. That stormy breast
At length, I said has deigned to rest
At lenght above that spirit flows
The waveless ocean of repose
Let me draw near’twill soothe to view
His dark eyes dimmed with holy dew
Remorse even now may wake within
And half unchain his soul from sin
Perhaps this is the destined hour
When hell shall lose its fatal power
And heaven itself shall bend above
To hail the soul redeemed by love
Unmarked I gazed my idle thought
Passed with the ray whose shine it caught
One glance revelead how little care
He felt for all the beauty care
Oh crime can make the heart grow old
Sooner than years of wearing woe
Can turn the warmest bosom cold
As winter of polar snow. (n.94) 6
Oppure è ancora una finestra di Gondal per le ricorrenti figure di prigioniere o prigionieri, creature incatenate che cercano di scorgere attraverso le grate della loro cella il mondo esterno e la natura a loro negati:
I used to weep when winter’s snow
Whirled trough the grating stormily […]
The bitterest time the worst of all
Was that in which the summer sheen
Cast a green lustre on the wall
That told of fields of lovelier green
Often I’ve sat down on the ground
Gazing up to that flush scarce seen (n.16) 7
Le esperienze e i sentimenti dei personaggi sono filtrati dal senso della prigionia; il punto di partenza e di ritorno delle loro sensazioni è la catena: “When the pulse begin to throb, the brain to think again, /The soul to feel the flesh, and the flesh to feel the chain.”(n.184) 8
Il loro sguardo vede al di là delle sbarre un mondo senza speranza:
Hope was but a timid friend;
She sat without the grated den,
Watching how my fate woul tend ,
Even as selfish-hearted men.
She was cruel in her fear;
Through the bars, one dreary day, I looked out to see her there,
And she turned her face away! (n.159) 8
La finestra (di Haworth o delle prigioni e delle dimore di Gondal) non è un luogo da dove guardare solamente fuori, ma è anche un luogo dove avviene una comunicazione. E’ il luogo da dove qualcosa o qualcuno entra, per permettere a chi sta dentro, di intravedere l’infinito, il divino, e per ridonare un nuovo tipo di speranza, la consapevolezza di un’eterna libertà:
Still, let my tyrants know, I am not doomed to wear
Year after year in gloom, and desolate despair;
A messager of hope, comes every night to me,
And offers for short life, eternal liberty.
He comes with western winds, with evening’s wandering airs,
With that clear dusk of heaven that brings the thickest stars.
Winds take a pensive tone, and stars a tender fire ,
And vision rise, and change, that kill me with desire. […]
But, first, a hush of peace – a suondless calm descends;
The struggle of distress, and fierce impatience ends.
Mute music soothes my breast, unuttered harmony,
That I could dream, till Earth was lost to me.
Then dawns the Invisible; the Unseen its truth reveals;
My outward sense is gone, my inward essence feels- (n.184)
Un ulteriore momento in cui possiamo indicare il luogo della finestra come il luogo dove inizia la comunicazione è nel terzo capitolo di Wuthering Heights, (unico romanzo scritto da Emily Bronte) quando il fantasma di Catherine combatte per farsi aprire la finestra da Lockwood, combatte per entrare (“Let me in”), per farsi narrare. La visione si impone ai sogni del narratore in modo che egli gli dia una forma; poiché vi sono due modi di avvicinare la visione: uno è quello di Heathcliff, l’unione estatica, l’altro il modo di Lockwood il racconto.
Attraverso la finestra di Thruscross Grange, la visione accede alla parola. La finestra diventa il luogo di partenza simbolico da cui il racconto, scomponendosi nelle sue due polarità, quella fantastica, visionaria da cui sgorga il racconto, e quella espressiva in cui il racconto si dispiega nella parola, si narra.
NOTE:
1 L’angolo di paesaggio/che ogni volta che mi desto/ fra la mia tenda e il muro/attraverso un’ampia fessura/come una veneziana -in attesa-/accosta il mio occhio aperto/è solo un ramo di melo/inclinato contro il cielo/
2 Alla finestra ho per paesaggio/solo un mare –con uno stelo-/ se uccelli e contadini –lo pensano un pino-/ l’opinione va bene –per loro-/ Non ha porto –né equatore-/ […] /Come coste l’inferiore è la terra/ quella superiore –è il sole-/ […] / La sua voce –definirla- quando il vento gli è dentro-/ i muti- sanno definire il divino? / La definizione della melodia –è questa- che definizione non c’è-/ Essa suggestiona la nostra fede-/ essi- suggestionano la nostra vista-/ Quando questa –è messa via-/avrò la convinzione che da qualche parte/ incontrai l’immortalità-/
3 Prima che mi venissero cavati gli occhi/ mi piaceva vedere quanto/le altre creature hanno occhi/ e altro modo non sanno/ ma se mi dicessero- oggi- / che potrei avere il cielo/ per mio- confesso che il cuore/ mi scoppierebbe, dalla grandezza di me-/ Le praterie –mie-/ le montagne –mie-/ tutte le foreste –stelle senza limite-/ quanto nel mezzogiorno potessi accogliere/ entro i miei occhi finiti-/ i movimenti degli uccelli sfreccianti- /la via ambrata della mattina- /miei –da guardare quando voglio- /la notizia mi lascerebbe tramortita-/Perciò più prudente –penso- solo l’anima/ accostare al vetro della finestra/ dove altre creature mettono gli occhi/ incaute –del sole-/
4 Sedendo solitaria alla finestra/ mentre la sera silenziosa fuggiva/ il soffio presago del vento percorreva/ il cielo grigio di nubi/
5 Cuspidi di verde erba lucente/tremanti nella trasparenza del sole/
Dalla finestra aperta scorgeva/ un parco assolato un cielo glorioso/ e folti boschi ove fiorivano i suoni/ della composita armonia della natura/ Sedeva in silenzio./ Quel cuore tempestoso,/mi dissi, si è infine piegato alla quiete/ l’oceano senza onde del riposo/ scorre sereno sul suo spirito/ Voglio farmi vicina sarà dolce vedere/ i suoi occhi bagnati dalla sacra rugiada/ anche ora il rimorso può destarsi in lui/ e liberare l’anima dal peccato/ Forse è questa l’ora in cui è destino/ che l’inferno perde la forza fatale/ e il cielo stesso si chini ad accogliere/ l’anima redenta dall’amore/ Non vista guardavo l’ozioso pensiero/ svanì con il raggio che lo accese/ uno sguardo mi disse la dura indifferenza/ a tanta bellezza che lo circondava/ Oh delitto può invecchiare/ più che anni di fatica e di pena/ può mutare in gelo l’animo più caldo/ come il vento d’inverno o la neve/
6 Piangevo quando la neve d’inverno/ entrava turbinando dalla grata/ […] / Il tempo più amaro il peggiore di tutti/ veniva quando la luce d’estate/ gettava sul muro un verde bagliore/ parlava di prati di un verde più dolce/ Sedevo allora a terra guardando/ in alto la verde invisibile luce/
7 La speranza era un’amica timorosa;/ sedeva davanti alla cupa prigione,/ guardava quale strada avrebbe preso il mio destino,/ come fanno gli uomini dal cuore egoista./ Era crudele nei suoi timori;/ attraverso le sbarre, in un giorno di tristezza, guardai per vedere se era ancora presente,/ e la speranza distolse il viso!/
8 Pure sappiano i miei tiranni che io non sono condannata/ a lunghi anni di disperazione desolata;/ un messaggero di speranza viene a me nell’oscurità, e per una breve vita mi offre eterna libertà./ Viene col vento dell’ovest, con le brezze erranti della sera/ nell’ora in cui il cielo si illumina e dilata di stelle la sfera./ Quando ilo respiro del vento si fa dolce, pensoso e serio,/ sorgono e mutano visioni che mi ammalano di desiderio./ […]/ Ma prima un respiro di pace- ecco, si fa calma e silenzio;/ si placa la lotta tra pena e impazienza, amara come l’assenzio./Una muta musica mi scende nel cuore, inespressa armonia,/ che solo potrei sognare quando la terra non sarà più mia./”Appare allora l’Invisibile, si fa conosciuto l’ignoto;/ svanisce ogni senso esteriore, l’intima essenza riprende il suo moto/
II. L’Incontro con lo spirituale come momento di trascendenza e punto di partenza per l’elaborazione poetica dei concetti di ispirazione divina in Emily Bronte
e amore spirituale in Emily Dickinson.
L’evento principale della coscienza di poetesse e di donne di Emily Dickinson ed Emily Bronte è rappresentato dall’incontro con lo spirituale. Questo incontro è un incontro con se stesse, ma anche con una forza trascendente, spesso identificata al maschile, che informa di sé tutte le espressioni del loro mondo poetico e della loro realtà. Questo incontro nasce da una condizione in cui esse come poetesse e come donne si pongono; chiamerei questa condizione “attesa di fecondità”. Attesa di un incontro con l’Altro per creare un “prodotto”; ricevendo la visione creare la poesia e ricevendo il sentimento estatico, creare l’unità (o il desiderio di essa) attraverso l’unione d’amore.
Per entrambe il momento di ricerca interiore parte da un momento di profonda solitudine quando l’anima è sola con se stessa, ed è più ricettiva, così leggiamo in Emily Dickinson:
The soul’s superiror instants
Occur to her -alone-
When friend –and earth’s occasion
Have infinite withdrawn
Or she –herself- ascended
To too remote a height
For lower recognition
Than her onnipotent-
This mortal abolition
Is seldom –but as fair
As apparition -.subject
To autocratic air-
Eternity’s disclosure
To favorites –a few-
Of the colossal substance
Of immortality (n.306) 1
Quando l’anima è lontana dagli interessi quotidiani e riesce ad ascendere a remote altezze, ponendosi in uno stato di abolizione mortale, allora giunge l’apparizione, considerata come rivelazione dell’eternità e della colossale sostanza dell’immortalità.
Anche Emily Bronte descrive con precisione il percorso che affronta l’anima sofferente per approdare alla visione. Essa prima affranta da tristi pensieri, poi stanca, senza parole, senza gioie e senza pene, annebbiata da una tetra calma, quasi annullata percepisce improvvisamente una luce, un respiro dall’alto, una forma vitale identificata come la “stella dell’amore”:
And first an hour of mornful musing
And then a gush of bitter tears
And then a dreary calm diffusing
Its deadly mist o’er joys and cares
And then a throb and then a lightening
And then a star in heaven brightening
The star the glorious star of love. ( n.23) 2
Questi momenti di introspezione, quindi sono anche vissuti come un contatto con un elemento esterno, quasi come delle visitazioni, in Emily Dickinson:
Conscious am I in my chamber,
Of a shapeless friend-
He doth not attest by Pasture-
Nor confirm -by word-
Neither place –need I present him-
Fitter courtesy
Hospitable intuition
Of his company-
Presence –in his furthest licence-
Neither he to me
Nor myself to him –by accent-
Forfeit probity-
Weariness of him, were quainter
Than monotony
Knew a particle – of space’s
Vast society-
Neither if he visit other-
Do he dwell- or nay- know I-
But instinct esteem him
Immortality. (n.679) 3
E in Emily Bronte:
I’ll come when thou art saddest
Laid alone in the darkened room
When the mad day’s mirth has vanished
And the smile of joy is banished
From evening’s chilly gloom
I’ll come when the heart’s real feeling
Has entire unbiased sway
And my influence o’er thee stealing
Grief deepening joy congealing
Shall bear thy soul away
Listen ‘tis just the hour
The awful time for thee
Dost thou not feel upon thy soul
A flood of strange sensation roll
Forerunners of a sterner power
Herald of me. ( n.38) 4
Da questo contatto, entrambe le poetesse traggono il significato profondo della loro esperienza. Questo incontro, dapprima avvertito come una visitazione, si trasforma in qualcosa di significante; esse cercano di dargli un senso, di definirne la sostanza e la funzione. Così Emily Dickinson definisce ciò che incontra come “immortalità” o pricipio di immortalità; e Emily Bronte come severo potere consolatore e creativo che compenetra nell’anima e la porta con sé in un viaggio:
[…] Deep down, concelead within my soul,
that light lies hid from men;
Yet, glows unquenched, though shadows roll, […]
Was I not vexedk, in these gloomy ways
To walk alone so long? […]
So stood I, in heaven’s glorious sun,
and in the glare of hell;
My spirit drank a mingled tone […]
What my soul bore, my soul alone
Whitin itself may tell! […]
No: what sweet thing resembles thee,
My thoughtful comforter?
And yet a little longer speak,
calm this resentful mood;
And while the savage heart grows meek,
For other token do not see,
But let the tear upon my cheek
Evince my gratitude! (n.162) 5
Compagno di viaggio nel cielo del paradiso e nel dolore dell’inferno, testimone del cammino dell’esistenza, sollecito e potente consolatore.
Inizia a profilarsi proprio qui, una spaccatura, una differenziazione tra Emily Dickinson ed Emily Bronte. Emily Dickinson fa dell’incontro con il trascendente un’esperienza meno totalizzante e più legata all’esperienza terrena, cerca di intrecciare la ricerca dell’estasi dapprima in un cammino terreno per poi giungere al risultato della ricerca non necessariamente sola o disumanizzata.
Emily Bronte invece cerca la fusione immediata e completa con il principio spirituale. Vediamo infatti come ella invochi il suo “Dio delle visioni” poiché venga a giustificare la sua irreversibile scelta difronte alla ragione:
Oh, the bright eyes must answer now,
When reason, with a scorful brow,
Is mocking at my overthrow!
Oh, thy sweet tongue must plead for me
And tell, why I have chosen thee!
Stern reason is to judment come,
Arrayed in all her forms of gloom:
Wilt, thou my advocate, be dumb?
No, radiant angel, speak and say,
Why I did cast the world away.
Why I have preserved to shun
The common paths that others run,
And on a strange road journeyed on,
Heedless, alike, of wealth and power-
Of glory’s wreath and pleasure’s flower.
These, once, indeed, seemed beings divine;
And they, percheance, heard vows of mine,
And saw my offerings on their shrine;
But careless gifts are seldom prized,
And mine were worthily despised.
So, with a ready heart I swore
To seek their altar stone no more;
And gave my spirit to adore
Thee, ever-present, phantom ting;
my slave, my comrade, and my king,
A slave, because I rule thee still;
Incline thee to my changeful will,
And make thy influence good or ill:
A comrade, for by day and night
Thou art my intimate deligt,-
My darling pain that wounds and sears
And wrings a blessing out from tears
By deadening me to eartly cares;
And yet, a king, though prudence well
Have taught thy subject bto rebel.
And am I wrong to worship, were
Faith cannot doubt, nor hope sdespair,
Speak, God of vision, plead for me,
And tell why I have chosen thee! (n.170) 6
Per Emily Dickinson invece il rapporto con l’esperienza trascendente viene vissuta anche attraverso il rapporto d’amore con l’altro, un altro essere umano fatto di carne e ossa con il quale intraprendere un cammino, seppur terreno, verso l’amore spirituale. Così l’assolutezza di un’identità cercata a prezzo di rinunce estreme, si rompe sotto l’irruzione dell’alterità, e l’alterità nel mondo interiorizzato di Emily Dickinson compare come amore:
There came a day at summer’s full,
Entirely for me.
I thought that such were for the saints,
where resurrections be
The sun, as common, went abroad,
The flowers, accustomed, blew
As if no soul the solstice passed
That maketh all things new.
The time was scarce profaned, by speech.
The symbol of a word
Was needless, as at sacrament,
The wardrobe -of our Lord-
Each was to each the sealed church,
Permitted to commune this –time-
Lest we too awkward show
At supper of the lamb-
The hours slid fast –as hour will,
Clutched tight, by greedy hands-
So faces on two decks, look back,
Bound two opposing lands-
And so when all the time had laked,
Whithout external sound
Each bound the other’s crucifix-
We gave no other bond-
Sufficient troth we shall rise-
Deposed- at length, the grave-
To that new marriage,
Justified- throught calvaries of love. (n. 322) 7
Emily Dickinson vive un giorno “intieramente per sé”, simile ad un momento di santificazione, senza parole o rituali superflui. In questo giorno avviene anche un incontro tra due persone “ammesse a comunicarsi”; esse si scambiano come segno d’amore un crocifisso che simboleggia la loro promessa di una resurrezione comune, in un luogo dove essi potranno avere “un nuovo matrimonio” conquistato attraverso i calvari amorosi patititi in vita.
La poesia di Emily Dickinson è contraddistinta da un finissimo senso dell’evento spirituale; nutrendosi di rinuncia essa seppe intensificare la propria percezione fino a descrivere l’estasi, la paura, il dolore.
Rimane fondamentale in Emily Dickinson, nonostante questa ricerca più terrestre di un compagno con cui sublimare il sentimento, il senso di “nozze mistiche” presente in alcune delle sue poesie più indicative del suo modo di vivere l’amore e la spiritualità:
Given in marriage unto Thee
Oh thou Celestial Host-
Bride of the father and the son
Bride of the Holy Ghost-
Other bethrodal shall dissolve-
Wedlock of will, decay-
Only the keeper of this ring
Conquer mortality- (n.817) 8
Proprio nel contrasto fra l’aspetto eterno e quello contingente dell’esperienza amorosa , risiede la domanda cruciale che si pone Emily Dickinson, “Is this the way?”:
Title divine -is mine!
The wife –without the sign!
Acute degree –conferred on me-
Empress of calvary!
Royal –all but the crown!
Betrothed –without the swoon
God sends us women-
When you –hold- garnet to garnet-
Gold -to gold-
Born –bridalled- shrouded-
In a day-
Tri victory
“My husband” –women say-
Stroking the melody-
Is this -the way? (n.1072) 9
Scegliere la via del matrimonio tradizionale (vittoriano), o quella del matrimonio “divino”? A dispetto della figura di “vergine bianca” o “vergine di Amherst” che si era creata intorno a lei, Emily Dikinson riesce a trovare una conciliazione, riesce ad incanalare la forza travolgente dell’amore non solo nella scrittura e nell’esperienza mistica, ma anche nell’amore per un uomo; così leggiamo in una lettera a Otis P.Lord: “Non ho vita, se non questa/ da vivere qui/ né altra morte, se non/ quando sarò cacciata da lei –né legami a terre a venire/ né nuove azioni/ se non entro questa distesa/ l’amore per te”.
L’amore per Emily Dickinson viene comunque sempre connotato in termini di spiritualità, regalità, visione, immortalità, eterno contratto, atemporalità:
Mine -by the right of the white election!
Mine -by the royal seal!
Mine -by the sign in the scarlet prison-
Bars -cannot conceal!
Mine -here- in vision- and in veto!
Mine -by the grave’s repeal-
Title -confirmed-
Delirious charter!
Mine –long as ages steal! (n.528) 10
Emily Dickinson fa una scelta, elegge un’anima come sua compagna:
Of all the souls that stand create-
I have elected -one-
When sense from spirit –files away-
And subterfuge –is done-
When that which is –and that which was-
Apart -intrinsic- stand-
And this brief drama in the flesh-
Is shifted -like sand-
When figures show their royal front-
And mists –are carved away,
Behold the atom -I preferred-
To all the lists of clay! (n.664) 11
Ma sa che la felicità è breve e va assaporata a fondo: “Fai piano anima mia, nutriti poco per volta/ del suo raro avvicinarsi./ Fa in fretta affinchè invidiosa la morte/ Non ne superi la carrozza./ Fai attenzione, che il suo sguardo finale/ Non ti giudichi inopportuna./ Fatti avanti. Perché il prezzo richiesto, tu l’hai pagato/ La redenzione per un bacio.”
Emily Dickinson intreccia l’amore con la benedizione ed essi rappresentano il limite del suo sogno e il fine della sua preghiera, e la gioia immanente che deriva da essi (intensa come la disperazione), diventa il nuovo valore dell’anima, la suprema somma terrestre, le basta questo per non speculare più:
One blessing had I than the rest
So larger to my eyes
That i stopped gauging –satisfied-
For this enchanted size-
It was the limit of my dream-
The focus of my prayer-
A perfect –paralizing bliss-
Contended as despair-
I knew no more of Want –or cold-
Phantasms both become
For this new value in the soul-
Supremest Eartly Sum-
The Heaven below the Heaven above-
Obscured with ruddier blue-
Life’s latitudes leant over –full-
The judgment perished –too-
Why bliss so scantily disburse-
Why Paradise defer-
Why floods be served to us –in bowls-
I speculate no more. (n.756) 12
Emily Dickinson si sente consacrata da una magia passiva che esiste sulla terra, possiamo supporre che sia la magia che si è sreata con l’amato, di cui l’io lirico sente fortemente la mancanza e per cui sarebbe disposto a dare tutto, tranne l’immortalità, ma solo per non dover rinunciare ad una possibile altra dimensione da dividere con l’altro:
Somewhere upon the general earth
Itself exist today-
The magic passive but extant
That consacred me-
Indifferent seasons doubtless play
Where I for right to be-
Would pay each atom that I am
But immortality-
Reserving that but just to prove
Another day of thee-
Oh god of Width, do not for us
Curtail eternity! (n.1231) 13
Vediamo, quindi, come l’esperienza trascendente rappresenti il punto di partenza, di riferimento e di arrivo, esistenziale e poetico, di Emily Bronte e di Emily Dickinson e come essa si intrecci con tutte le loro espressioni, ed influenzi il loro modo di percepire la realtà, l’amore, la natura, la vita e la morte. L’influenza forse più importante da rilevare, avendo esse fatto la scelta di esprimersi attraverso la parola poetica, è quella esercitata sulla loro idea di poesia.
Leggiamo, allora, in Emily Bronte come il contatto con il suo “Dio delle visioni” , portatore di creatività, si colleghi con l’idea di “immaginazione” e diventi una dichiarazione di poetica:
To Imagination:
When weary with the long day’s care,
And earthly chenge from pain to pain,
And lost and ready to despair,
Thy kind voice calls me back again:
Oh my true friend1 I am not lone,
While thou canst speak with such a tone!
So hopeless is the world without;
The world within I doubly prize;
Thy world, where guile, and hate, and doubt,
And cold suspicion never rise;
Where thou and I, and liberty,
Have undisputed sovereignty.
What matters it, that all around,
Danger, and guilt, and darkness lie,
If but within our bosom’s bound
We hold a bright, untroubled sky,
Warm with ten thousand mingled rays
Of suns that know no winter days?
Reason, indeed, may oft complain
For nature’s sad reality,
And tell the suffering heart how vain
Its cherished dreams must always be;
And thruth may rudely trample down
The flowers of fancy, newly-blown:
But, thou art ever there, to bring
The hovering vision back, and breathe
New glories o’er the blighted spring,
And call a lovelier life from death,
And whisper, with a voice divine,
Of real worlds, as bright as thine.
I trust not to thy phantom bliss,
Yet, still, in evenig’s quiet hour,
With never- failing thankfulness,
I welcome thee, Benignant power;
Sure solacer of human carres,
And sweeter hope, when hope despairs! (n.168) 14
Emily Dickinson, anche quando deve definire l’idea di poesia la lega a quelle di amore e di eternità, come in questo misuratissimo componimento dove è sottolineata la potenza distruttiva della visione poetica, paragonata a quella divina, a cui occhi umani non possono sopravvivere:
To pile like thunder to its close
Then crumble grand away
When everything created hid
This –would be poetry-
Or love –the two coeval come-
We both and neither prove-
Experience either and consume-
For none see God and live. (n.1274) 15
La poetessa sembra trovare la perfetta dimensione espressiva nel breve componimento, in cui riesce a racchiudere tutta la forza delle sue idee e delle sue emozioni. Essa ha scelto di abitare nella casa della poesia, una casa ricca di finestre, con molte porte e stanze impenetrabili all’occhio, nella quale la sua unica occupazione è quella di raccogliere il paradiso con le sue mani, di trasformare l’essenza intangibile in parola (in parola poetica e non in prosa, poiché la poesia è più ricca di potenza simbolica):
I dwell in possibility-
A fairer house than prose-
More numerous of windows-
Superior -for doors-
Of chambers as the cedars-
Impregnable of eye-
And for an everlasting roof
The gambers of the sky-
Of visitors –the fairest-
For occupation- this-
The spreading wide my narrow hands
To gather Paradise. (n.657) 16
Tra questa esperienza vissuta, di poesia e di amore e questa volontà di attingere la poesia con le proprie mani direttamente dal paradiso, si erge la figura di Emily Dickinson, che si pone come termine mediano tra il mondo materiale e il mondo spirituale. Tra gli abissi insondabili (o sondabili per il poeta?) dell’ eternità della creazione e dell’immortalità dello spirito, vediamo la sua immagine, immobile, centrata, che come la luna nel mare è circondata dal miracolo dell’universo in una apocalittica mezzanotte di tempesta:
Behind me -dips Eternity-
Before me -Immortality-
Myself -the Term Between-
Death but the drift of estern gray,
dissolving into dawn away,
before the west begin-
‘Tis kingdoms –afterward –they say-
In perfect –pauseless Monarchy-
Whose Prince –is Son of None-
Himself –His Dateless Dynasty-
Himself diversify-
In duplicate divine
‘Tis Miracle before me -then-
‘Tis Miracle behind –between-
A Crescent in the sea-
With midnight to the North of Her-
And midnight to the south of Her-
And Maelstrom –in the sky- (n.721) 17
NOTE:
1 Gli istanti migliori dell’anima/ accadono a lei sola/ quando amici e occasioni terrene/ si sono infinitamente rirati/ o essa stessa è salita/ ad altezza troppo remota/ per percepire oggetti più bassi/ dell’onnipotente/ quest’abolizione mortale/ è rara ma tanto bella/ quanto un’apparizione soggetta/ all’aria autocrate/ rivelazione dell’eternità/ ai favoriti pochi/ della colossale sostanza dell’immortalità.
2 E prima un’ora di tristi pensieri/ e poi un effondersi di lacrime amare/ e poi una terta calma diffonde/ una nebbia mortalesu gioie e pene/ epoi un battito e una luce di lampo/ e poi un respiro dall’alto/ e poi una stella si accende nel cielo/ la stella gloriosa la stella dell’amore.
3 Coscienza ho nella mia stanza/ di un amico informe/ non si attesta con postura/ né conferma con parola/ nemmeno un posto devo offrigli/ più appropriata cortesia/ l’intuizione ospitale della sua compagnia/ la presenza è per lui il massimo/ della libertà né lui con me/
Né io con lui con parole/ contravveniamo all’onestà/ averne noia sarebbe più strano/ che se nell’ampia compagnia/ dello spazio, una particella/ provasse monoitonia/ né se visiti degli altri so/ né se abiti o no / ma per iustinto lo chiamo/ immortalità.
4 Verrò quando più sei triste/ sola nella stanza oscura/ svanita ormai ogni follia del giorno/ bandito il sorriso della gioia/ dalle fredde tenebre serali/ verrò quando i sentimenti del cuore/ sorgono liberi e potenti/ e il mio influsso librandosi su di te/ facendo più profondo il dolore fermando la gioia/ porterà con sé la tua anima/ ascolta questa è l’ora/ il momento solenne per te/ non senti forse sul tuo animo/ fluire nuove sensazioni/ aralde di un più sevfero potere/ aralde di me.
5 […]/ Nascosta nel profondo della mia anima, / quella luce è invisibile agli altri; / ma splende costante tra le ombre che incombono,/[…]/ non mi turbava camminare così a lungo/ sola nei sentieri tenebrosi?/ […]/ ero là, nel sole glorioso del cielo/ e nel cupo bagliore dell’inferno/ il mio spirito beveva canti dissonanti/ […]/ quel che la mia anima sopportò, la mia anima soltanto/ può dirlo in segreto a se stessa!/[…]/no: quale dolce cosa è simile a te,/ mio sollecitoconsolatore?/ Parlami, parla ancora un poco,/ calma questo aspro rancore;/ e mentre lo spirito ribelle si addolcisce,/ lascia che la lacrima sul mio viso/ sia ilo solo pegno di gratitudine!
6 Deve rispondere la luce del tuo sguardo,/ ora che la ragione, con occhi sdegnosi,/ irride alla mia piena sconfitta!/ La tua lingua di miele deve parlare per me/ e dire perché io ti abbia scelto!/ La severa ragione viene al giudizio,/ vestita delle sue vesti più cupe:/ sarai mutotu, mio difensore?/ No, angelo radiose, parla per me,/ spiega perché io abbia scagliato lontano il mondo./Perché con tanta ostinazione ho evitato/ il comune sentiero che ognuno ha seguito,/ perché ho percorso una strada sconosciuta, ignorando a un tempo potere e richezza- le ghirlande della gloria e i fiori del picare./ Un tempo apparivano creature divine;/ un tempo forse udirono i mieoi voti,/ e sui loro altari videro le mie offerte;/ ma, doni senza amore non sono aprrezzati,/ e i miei vennero disprezzati gioustamente./ Con un cuore pronto ho giurato/ di ignorare i loro altari di pietra;/ ho consacrato il mio spirito ad adorare/ te, creatura onnipresente;/ mio schiavo, mio compagno, mio re,/ schiavo, perché ancora ti governo; tipiego alla mia volontà che vuol mutare,/ rendo buono o cattivo il tuo influsso:/ compagnpo, perché la notte e il giorno/ tu sei la mia intima delizia,/ pena tanto amata che lacera e ferisce/ e srtappa dalle lacrime un grido di gioia/ offuscando per me ogni terrena cura;/ tuttavia, re, se pure la prudenza/ ha insegnato alla tua schiava a ribellarsi./ Sono in torto se mi inchino a venerare/ là dove la fede non ha dubbi, né la speranza dispera,/ Parla, dio delle visioni, parla per me,/ spiega perché io ti abbia scelto!
7 Venne un giorno nel pieno dell’estate/ interamente per me/ pensavo che questi fossero solo per i santi, là dove avvengono resurrezioni/ il sole, come sempre, uscì,/ i fiori, al solito, si aprirono,/ come se nessuna anima passasse il solstizio/che rende ogni cosa nuova/ L’ora non fu quasi profanata da discorso/ il segno di una parola/ era superfluo, come al sacramento,/ il guardaroba di nostro signore/ ciascuno era al’’altro la chiesa sigillata,/ ammessa a comunicarsi, questa volta,/ perché non sembrassimo troppo goffi/ alla cena dell’agnello./ Le ore corsero rapide ,come fanno le ore,/ strette, da avide mani/ così i volti si guardano indietro, da due navi, dirette a terre opposte/ e così quando tutto il tempo fu consumato,/ senza suono esterno/ ciascuno legò il crocifisso dell’altro/ e non altro pegno demmo/ promessa sufficiente, che risorgeremo/ deposta, infine, la tomba/ a quel nuovo matrimonio, giustificati/ da amorosi calvari.
8 Data in matrimonio a te,/ o ospite celeste/ sposa del padre e del figlio/ sposa dello spirito./ altre nozze saranno sciolte/ unioni di volontà, dissolte/ solo chi questio anello porta/ vince la mortalità.
9 Titolo divino è mio!La moglie senza il simbolo!/ Acuto grado a me conferito/ imperatrice del calvario/ Regale salvo la corona!/ Coniugata senza la perdita di sé/ Dio manda a noi donne/ quando tu tieni granato su granato/ oro su oro/ nata- sposata- inumata/ in un giorno/ triplice vittoria/ mio marito ,le donne dicono,/ indugiado sulla melodia/ E’ questa la via?
10 Mio per diritto della bianca elezione!/ Mio per il regale sigillo!/ Mio per il segno nella scarlatta prigione/ che sbarre non dissimulano!/ Mio qui nella visione e nel veto! / Mio per la sconfitta della tomba/ confermata, sottoscritta/ Delirante contratto!/ Mio finchè trascorrono i secoli!
11 Di tutte le anime che create esistono/ io ne ho eletta una/ quando il senso dallo spirito scivola via/ e il sotterfugio è finito/ quando quel che è e quel fu / separati, intrinseci stanno/ e questo breve dramma della carne/ si sposta come sabbia/ quando le figure mostrano le fronti regali/ e le nebbie sono rimosse/ vedi l’atomo che io preferii/ a tutte le lizze di creta.
12 Una benedizione ebbi, di tutte le altre/ tanto maggiore ai miei occhi/ che smisi di misurare soddisfatta/ di questa grandezza incantata/ era il limite del mio sogno / il fine della mia preghiera/ una gioia perfetta, paralizzante/ appagata come la disperazione/ non seppi più mancanza o freddo/ entrambi divenuti fantasmi/ per questo nuovo valore dell’anima/ suprema somma terrestre/ Il cielo in basso il cielo in alto/ oscurò con un blu più acceso/ le latitudini della terra si piegarono dal peso/ il giudizio perì anch’esso/ Perché la felicità lesini/ perché il paradiso sia differito/ perché le maree ci siano offerte a tazzine/ su questo non speculo più.
13 In qualche luogo sulla terra comune/ esso esiste oggi/ la magia passiva ma presente/ che mi consacrò/ stagioni indifferenti certo giocano / dove io per diritto d’esser/ pagherei ogni atomo che sono/ tranne l’immortalità/ riservando questa solo per provare/ un altro tempo di te/ O Dio dell’ampiezza, a noi/ non lesinare l’eternità!
14 All’immaginazione:/ Quando, stanca degli affanni del giorno,/ del terreno trascorrere di pena in pena,/ perduta, prossima a disperare,/ torna dolce a chiamarmi la tua voce;/ non sono più sola, fedele amica,/ se tu ancora puoi parlarmi così!/ non ho speranze nel mondo di fuori;/ due volte mi è caro il mondo che è in me;/ dove astuzia, odio e dubbio,/ e freddi sospetti non hanno dimora;/ il tuo mondo in cui tu e io e la libertà,/ godiamo di sovranità indiscussa./ Che importa se mi circondano/ tenebre, pericolo e colpa:/ nel rifugio del nostro cuore/ serbiamo limpido un cielo di luce, caldo dei mille e mille raggi/ di soli che non conoscono l’inverno./ La ragione, è vero, spesso lamenta/ la triste realtà della natura,/ e al cuore dolente ripete che vani/ saranno sempre i suoi sogni più cari/ e la verità può calpestare rudemente/ i fiori nuvi della fantasia:/ Ma tu, sempre presente accanto a me,/ mi riconduci l’errabonda visione,/ e alla spenta stagione infondi nuova gloria,/ e dalla morte trai vita più dolce, e sussurri con voce divina,/ di mondi reali, splendenti come il tuo./ Non do fede alla tua gioia fantasma,/ pure, nella quiete dell’ora notturna,/ il cuore colmo di gratitudine nuova,/ accolgo te, forza benigna;/ conforto certo delle umane cure,/ più dolce speranza, se la speranza dispera!
15 Sommarsi come il tuono sul finire/ poi grandiosamente crollare/ mentre ogni cosa creata si nasconde/ questa sarebbe poesia/ o amore, i due si presentano coevi/ li tocchiamo entrambi e no/ sperimentato l’uno o l’altrop ci consumiamno/ nessuno vede Dio e sopravvive.
16 Abito nella possibilità/ una casa più bella della prosa/ più ricca di finestre/ e superiore per porte/ con stanze come cedri/ impenetrabili all’occhio/ e per tetto indistruttibile/ gli spioventi del cielo/ per visitatori i più belli/ per lavoro questo:/ divaricare le mie mani sottili/ per raccogliere il paradiso.
17 Dietro me strapiomba l’eternità/ davanti a me l’immortalità/ io stessa il termine in mezzo/ la morte solo il grigio che sopraggiunge dall’est,/ e nell’aurora si dissolve e scompare,/ prima che l’ovest si apra/ c’è un regno, dopo, dicono/ in perfetta, ininterrotta monarchia/ il cui principe di nessuno è figlio/ lui stesso se stesso diversifica/ in divina replica/ Perciò viè miracolo davanti a me/ e miracolo dietro- in mezzo-/ un crescente della luna nel mare/ con mezzanotte a nord di essa/ mezzanotte a sud di essa/ nell’aria un uragano.
III. L’aspetto della Natura:
Redbreast early in the morning
Dark and cold and cluodly grey
Wildly tender is thy music
Chasing the angry thoughts away. (n.9 Emily Bronte) 1
This is my letter to the world
That never wrote to Me
The simple News that Nature told
With Tender Majesty. (n.441 Emily Dikinson) 2
Emily Dickinson ed Emily Bronte accompagnarono sempre le loro riflessioni con la contemplazione della natura che le circondava. La natura funge spesso da strumento, esempio, metafora, da rifugio o da specchio delle caratteristiche stesse dell’animo di queste due donne, che conoscono e manipolano la natura come sacerdotesse pagane. La poesia diventa così strumento magico per conoscere la “differenza druidica che anima la natura”( Emily Dickinson n.1068). Entrambe riconoscono nella natura un aspetto “tenero”, ma anche un aspetto “selvaggio” o maestoso. In questa unione degli opposti esse rispecchiano se stesse come donne, capaci di provare emozioni travolgenti ed estatiche ed allo stesso tempo di vivere la quotidianità con tenerezza; rendendo più significativi questi due aspetti grazie alla consapevolezza e all’orgolglio della loro grandezza e della loro diversità “regali”.
La natura di Emily Bronte è una natura nordica, estrema, una brughiera sconfinata fatta di boschi cupi, vallate illuminate dalla luce lunare, monti, colline, tetre lande, laghi immobili e profondi, ghiacci azzurri che imprigionano ruscelli, venti nevosi bianchi come spiriti, ombre cupe del tramonto e stelle che si accendono nell’azzurro profondo, alberi solitari, rami spezzati, fiori purpurei di erica che spuntano da pietre erose dalle tempeste, nebbie azzurre e tramonti sempre disturbati da tetri venti.
Emily Bronte oltre che a cercare rifugio e riflessione nella natura reale e in quella di Gondal, aspira a molto di più; mentre contempla le stelle, sogna e medita, inizia a sentirsi una cosa sola con la natura:
All through the night, your glorious eyes
Were gazing down in min,
And with a full hearth’s thankful sighs,
I blessed that watch divine.
I was at peace, and drank you beams
As they were life to me;
And revelled in my changeful dreams,
Like petrel on the sea.
Thought followed thought, star followed star,
Through boundless regions, on;
While one sweet influence, near and far,
Thrilled through, and proved us one! (n.178) 3
Emily Bronte fa di questo sentimento panteistico la sua religione,la sua certezza nell’immortalità, la sua conoscenza dello spirito che pervade l’universo:
No coward soul is mine
No trembler in the world’s storm-troubled sphere
I see Heaven’s glories shine
And faith shines equal arming me from fear
O God within my breast
Almighty ever-present deity
Life, that in me hast rest
As I undying life, have power in thee
Vain are the thousand creeds
That move men’s heart, unutterably vain,
Worthless as withered weeds
Or idlest from amid boundless main
To waken doubt in one
Holding so fast by thy infinity
So surely anchored on
The steadfast rock of immortality
With wide- embracing love
Thy spirit animates eternal years
Pervades and broods above,
Changes, sustains, dissolves, creates and rears
Though earth and moon were gone
And suns and universes ceased to be
And thou wert left alone
Every existence would exist in thee
There is nmot room for death
Nor atom that his might could render void
Since thou art being and breath
And what thou art may never be destyroyed. (n.185) 4
Le poesie di Emily Bronte sono i mezzi espressivi di un’anima che cerca la compenetrazione con lo spirito della natura e la pace in un elemento superiore; così come il suo romanzo, Wuthering Heights, rappresenta la storia di Catherine e Heathcliff che sono molto di più di due personaggi: sono le due parti di un’entità priva di genere che lotta disperatamente per trovare l’unità.
La natura di Emily Dickinson, invece è una natura più calda, più tropicale, più ricca di elementi di fuoco. E’ una prateria al tramonto bruciata dallo stregone sole (wizard sun) talmente bella da essere impossibile da descrivere; è un’aurora boreale, così iponente da trasmettere allo spirito un senso di regalità:
Of bronze and blaze
The north tonight
So adequate it forms
So preconcerted with itself
So distant to alarms
An unconcern so sovereign
To universe, or me
Infects my simple spirit
With taints of majesty
Till I take vaster attitudes
And strut upon my stem
Disdainig men, and oxigen,
For arrogance of them
My splendors, are menagerie
But their competeless show
Will entertain the centuries
When I, am long ago,
An island in disonored grass
Whom none but beetles know. (n.290) 5
Il suo universo è un universo contemplato al quale la poetessa non chiede compenetrazione, ma da cui si distacca per osservarlo sentire l’impossibilità di replicarlo coi mezzi umani o coi mezzi dell’arte:
Nature is harmony
Nature is what we know
Yet have no art to say
So impotent our wisdom is
To their simplicity. (n.668) 6
Tutto ciò che conta ed ha senso per Emily Dickinson deve potersi sciogliere in parola e solo di ciò si può e si deve parlare ( i lmiti del vento/ se esiste,o muoia/ sembra troppo saggio per assopirsi/ di questi non so nulla). Emily Dickinson scelse la finestra della sua stanza per guardare fuori con sereno distacco, cosi da poter vedere e raccontare.
Il suo coraggio, il suo risoluto individualismo, risiedono nella volontà di rifare il mondo nella parola, partendo dall’io isolato, consapevole di quel limite (La regina come me discerne/ con occhi di provincia). Ma, il mondo limitato della provincia,della casa e dell’io chiuso nel suo interrogarsi che furono la sua frontiera, le permisero di approfondire il senso del limite e scoprire l’infinito.
L’immaginazione spaziale, la contemplazione della natura, sono così in lei un’avventurosa fenomenologia dell’esistenza; tutto il suo parlare di morte, eternità e infinito, non avrebbe senso se non in riferimento al concreto esistenziale.
NOTE:
1 Pettirosso all’alba del mattino/ buio e freddo e grigio di nubi/ tenero e selvaggio è il tuo canto/ che scaccia i rabbiosi pensieri.
2 Questa è la mia lettera al mondo/ che a me non scrisse mai/ le semplici notizie che la natura disse/ con tenera maestà.
3 Oh, perché, se il sole abbagliante/ ha restituito la terra alla gioia,/ una a una voi siete fuggite,/ avete lasciato deserto il cielo?/ Per tutta la notte, i vostri occhi gloriosi/ fissavano il loro saguardo nel mio,/ i miei sospiri di gratitudine, la pienezza del cuore/ benedivano la veglia divina./ Ero in pace, bevevo i vostri raggi/ come fossero vita per me; godevo dei miei sogni mutevoli, simile a un gabbiano sul mare./ Un pensiero seguiva un pensiero, una stella una stella,/ correvano per spazi senza fine; vibrava un solo dolce influsso, vicino e lontano, faceva di noi una cosa sola!
4 Non è vile la mia anima/ non trema nella tempestosa sfera del mondo/ vedo risplendere la gloria celeste/ risplende così la mia fede armandomi contro ogni paura/ O dio del mio cuore;/ onnipotente, onnipresente divinità/ vita, che in me riposa,/ come io, vita immortale, ho forza in te./ Vane sono le mille convinzioni vive nel cuore degli uomini, inesprimibilmente vane,/ come erba avvizzita non hanno forza,/ come la pigra schiuma tra le libere onde/ per suscitare dubbi in chi crede/ così intensamente alla tua infinità/ in chi con tanta certezza si regge/ alla salda roccia dell’immortalità/ Con amore che tutto abbraccia/ il tuo spirito anima gli anni dell’eternità/ pervade e in alto si libra,/ muta, sorregge, dissolve, crea e serba la vita/ Se terra e luna svanissero/ se cessassero di esistere soli e universi/ se tu solo esistessi/ ogni esistenza esisterebbe in te/ Non vi è spazio per la morte/ non un solo atomo che la sua forza possa annientare/ poiché tu sei essenza e respiro/ e quel che tu sei non può venire distrutto.
5 Di bronzo e fiamma/ il nord stanotte/ tanto compiuto si forma/ tanto fra sé e sé concertato,/ tanto distante da allarmi/ un’idifferenza tanto sovrana/ per l’universo e per me/
Trasmette al mio spirito semlpice/ delle macchie di regalità/ finchè prendo atteggiamenti più vasti/ e mi ergo sullo stelo/ disdegnando uomini, e ossigeno/ per l’arroganza di quelle/ I miei splendori, sono un circo/ ma il loro spettacolo ineguagliato/ intratterqà i secoli/ quando io sarò/ un’isola nell’erba senza onore/ che solo i maggiolini conoscono.
6 Natura è quel che che sappiamo/ ma non abbiamo l’arte di dire/ tanto impotente è la nostra sapienza/ a confronto della sua semplicità.
IV. Conclusione –Il cammino della vita- :
Our share of night to bear
Our share of morning
Our blank in bliss to fill
Our blank in scorning.
Here a star, and there a star,
Some lose their way!
Here a mist, and there a mist,
Afterwards, day! (N.113) 1
Per Emily Dikinson il senso del cammino esistenziale si compone di coraggio per sopportare, di impegno per riempire il nostro spazio di esperienza, di attenzione per non perdersi e giungere così finalmente alla luce del giorno, alla consapevolezza.
La sua visione del mondo ultraterreno è una città astratta, silenziosa, senza spazio nè tempo:
Great streets of silence led away
To neighborhoods of pause
Here was no notice -no dissent
No universe -no laws-
By clocks, ‘twas morning, and for night
The bells at distance called-
But epoch had no basis here
For period exaled. (n.1159) 2
Emily Bronte chiede di essere in grado di affrontare la vita con forza e mai con disperazione e così esorta: “Continua il tuo viaggio, se non con gioia, pure, mai con disperazione!” (n.119), cercando nella comunione con le forze della natura le energie sufficienti: “Quando il cielo sorride di amore e di luce/ e la terra risponde con vivi bagliori/ a una simile vista, in una notte come questa/ i figli della terra non devono soffrire” (n.147); per giungere ad avere: “In vita e in morte, un’anima senza catene,/ che abbia la forza di sopportare” (n.139). Un’anima capace di desiderare di essere il vento che abbraccia l’universo degli opposti:
High waving heather ‘neath stormy blasts bending
Midnight and moonlight and bright shining stars
Darkness and glory rejoicingly blending
Earth rising to heaven and heaven descending
Man’s spirit away from its drear dungeon sending
Bursting the fetters and breakings the bars
All down the mountain sides wild forests lending
One mighty voice to the life giving wind
Rivers their banks in the jubilee rending
Fast through the valleys a reckless course wending
Wider and deeper their waters extending
Leaving a desolate desert behind
Shining and lowering and swelling and dying
Changing forever from midnight like soft music sighing
Shadows advancing and flying
Lightning bright flashes the deep gloom defying
Coming as swiftly and fading as soon. (n.6) 3
NOTE:
1 Portare la nostra parte di notte/ la nostra parte di aurora/ riempire il nostro spazio di felicità/ il nostro spazio di risentimento/ Qui una stella,/ alcuni si perdono!/ Qui una nebbia, e là una nebbia,/ infine il giorno!
2 Grandi vie di silenzio conducevano/ a sobborghi di pausa/ qui non era notizia, non dissenso/ non leggi, non universo/ gli orologi segnavano il mattino, e la notte/ lontane campane annunciavano/ ma l’epoca qui non aveva base/ poiché il periodo spirava.
3 Piegata da un vento di tempesta erica alta oscillante/ mezzanotte chiarore lunare luminose stelle/ tenebre e gloria gioiosamente riunite/ terra che sale al cielo, cielo che alla terra discende/ lo spirito umano liberando dal suo cupo carcere/ ogni vincolo infrangendo ogni sbarra e catena/ Selvagge foreste sui fianchi della montagna/ prestano voce possente al vento che dà vita/ fiumi che si uniscono al canto di gioia/ rompendo gli argini percoirrendo le valli/ più fonde più vaste precipitando le acque/ nulla lasciando che desolato deserto/ Splendore e tenebre e fecondità e mortre/ dalla notte al giorno continuo fluire/ fragore di tuono dolce sospiro di musica/ ombre su ombre che avanzano e fuggono/ lampi improvvisi che sfidano l’ombra/ rapidi a giungere veloci a svanire.
BIBLIOGRAFIA
Per Emily Dickinson:
-Bacigalupo, Massimo, a cura di, Dickinson, Poesie, Mondadori, Milano 1955
-Lanati, Barbara, Emily Dickinson, Silenzi, Feltrinelli, Milano 1996
-Lanati, Barbara, Emily Dickinson, Lettere 1845-1886, Einaudi, Torino 1991
-Lanati, Barbara, L’alfabeto dell’estasi, Vita di Emily Dickinson, Feltrinelli, Milano 1998
-Cunliffe, Marcus, Storia della letteratura americana, Einaudi, Torino 1990
-Cambon, Glauco, The inclusive flame, Studies in modern american poetry, Indiana University Press, Bloomington
-Cambon, Glauco, Tematica e sviluppo della poesia americana, Edizioni di storia e letteratura, Roma 1956
-E. Dickinson, Selected poems and letters, Biblioteca di classici stranieri
Per Emily Bronte:
-Zazo, Anna Luisa, a cura di, Emily Bronte, Poesie, opera completa, Mondadori, milano 1997
-Zazo, Anna Luisa, a cura di, Emily Bronte, Cime Tempestose, Mondadori, Milano 1989
-Emily Bronte, Whuthering Heights, an authorithative text with essays in criticism, Edited by William M. Sale, Norton Critical Edition
-Bompiani, Ginevra, Lo spazio narrante, Jane Austen, Emily Bronte, Silvia Plath, La Tartaruga
-Ewbank, Inga-Stina, Their Proper Sphere, A study of the Bronte sisters as early-victorian female novelists, capitolo III: Emily Bronte, the woman writer as a poet, The Camelot Press, London 1966
-Marenco, Franco, Storia della Letteratura Inglese, Torino, Utet